Atleti e dieta: “lotta nel modo di vivere”.

La parola atleta deriva dal greco athlos che vuol dire lotta, gara, competizione. L’atleta è colui che mette in atto tutte le sue risorse e strategie per riuscire a vincere la competizione.
Dieta deriva dal greco diaita, ovvero modo di vivere, stile di vita, volto a preservare la salute e il benessere della persona.
Entrambi i termini sembrano racchiudere significati di forza, vitalità, volontà. L’atleta è vitale, energico, forte; lo stile di vita sano ha in sé aspetti di volontà che direzionano la persona verso un giusto equilibrio e sviluppo armonico di sé e della propria corporeità.
Riflettendo su queste due parole, è possibile comprendere la loro interdipendenza all’interno di contesti sportivi e in particolar modo all’interno del bodybuilding. Ovviamente le riflessioni che di seguito verranno espresse, possono essere estese al contesto quotidiano o a chiunque intraprenda un percorso di educazione alimentare.
Bodybuilding, vuol dire “costruzione del corpo”, con sua derivazione dal latino construire: con-e struere, “costruire con”.
Qualsiasi aspetto della nostra vita o di noi stessi venga “costruito”, è necessario che ci sia una scelta consapevole e deliberata verso una determinata direzione, altrimenti rischieremo di perderci durante il processo non avendo più chiara la meta e vivendo un senso di confusione ed inadeguatezza.
Costruire con consapevolezza, con osservazione dei propri limiti e comprensione delle proprie potenzialità, con accettazione del contesto nel quale decidiamo di operare e agire.
Scegliere di partecipare ad una gara, di modificare il proprio corpo, richiede un grande sacrificio e capacità di mettersi in discussione costantemente, poiché spesso su questo cammino si incontrano difficoltà relative a ciò che meno conosciamo di noi stessi: le resistenze al cambiamento.
Cosa sono le resistenze?
Esse si manifestano al di là del nostro controllo cosciente, in maniera inaspettata, sabotando il raggiungimento della nostra meta, facendoci vivere nell’impossibilità di agire correttamente.
R-Esitenza, levando la lettera “r” ciò che resta è esistenza, ovvero esistere per ciò che realmente vorremmo essere, affrontare e riconoscere queste resistenze può alleggerire e renderci più semplice il cammino.
Quando si tratta di cibo, abitudini alimentari, viene messo in gioco tutto il nostro sistema culturale, contesto familiare, nel quale siamo cresciuti.
Il cibo, l’alimento, ha a che fare con la nostra identità. Noi cresciamo in un contesto in cui parte della giornata è organizzata in base ai pasti e a quali alimenti caratterizzano un determinato pasto. Solitamente la nostra giornata è scandita da colazione, pranzo, merenda, cena, momenti nei quali si appartiene ad un gruppo come quello famiglia, o dei pari. La nostra identità è legata a determinati alimenti come pasta, pane, carne, dolci, latte che variano ovviamente anche in base ai contesti culturali. Ad esempio da noi la colazione si fa col dolce, caffè, latte, in Inghilterra si usa bacon, fagioli, uova ecc.
Soffermiamoci sul nostro contesto socio-culturale. Durante le feste che possano essere natalizie o pasquali, la tradizione è legata ad alcune pietanze o alimenti, ma soprattutto c’è il collante fondamentale che è rappresentato dalla “grande mangiata”. Quindi per noi, il mangiare è sinonimo di festa, di condivisione, di famiglia, di benessere, di vacanza. Tutto ciò evidenzia quanto il nostro immaginario collettivo sia legato al cibo e alla sua presenza costante nella nostra vita. In realtà tutto ciò sarebbe un bene, qualora avessimo una buona educazione all’igiene alimentare, ma in realtà non è così, in quanto tendiamo ad assumere alimenti altamente acidificanti, tendenti ad elevare la tossiemia del corpo.
Quindi da ciò emerge quanto sia difficoltoso e complesso intraprendere una dieta o adeguato regime alimentare. Con una corretta igiene alimentare quasi tutte le nostre convinzioni adottate finora vengono destrutturate, mettendo in discussione ciò che siamo.
Ecco perché ci sembra così difficile “stare a regime alimentare”, ci sembra di vivere un supplizio, una tortura, che si spera il giorno tot, terminerà e sarà festeggiata con una grande mangiata!
Avendo per noi il cibo un significato così profondo, culturale e sociale, è più facile che si manifestino delle resistenze al cambiamento, qualora decidiamo di modificare alimentazione o rimetterci in forma. È l’elemento sul quale tendiamo a proiettare maggiormente le nostre angosce e paure in quanto ha a che fare con la sopravvivenza, con la relazione primaria della figura di accudimento. L’atto dell’incorporare, dell’assaporare, del metabolizzare, del digerire, rappresenta tutto il nostro funzionamento psichico, in quanto tali processi possono essere estesi anche a livello emozionale.
Scelgo un alimento, lo assaggio, lo mangio, viene digerito e metabolizzato dal corpo. Analogamente vivo un’emozione, la percepisco all’interno della psiche, posso anche sentirla nel corpo, l’assimilo. In questi due processi, elemento presente, è il corpo. Esso rappresenta il tramite attraverso il quale mangiare e incorporare un alimento, e sentire e localizzare un’emozione o qualsiasi stato psicologico. Spesso si sente: “sono nervosa e mangio”, “sono triste e mangio”, o viceversa “sono in ansia e mi si chiude lo stomaco”. È evidente quanto investimento emotivo ci sia nel cibo e di conseguenza nel corpo. In preda a questi stati emozionali e di confusione, si perde il reale senso della fame, e si ingerisce o meno cibo in maniera inadeguata.
Tra le persone incontrate nella mia esperienza lavorativa e di vita, molte di loro passano da un nutrizionista o dietologo all’altro, da vari preparatori, ripetendo sempre gli stessi copioni: inizio la dieta la reggo, dimagrisco e dopo qualche tempo, riprendo i chili persi. Seguo un preparatore, per me è il massimo, ad un certo punto inizio a non condividere più alcune sue modalità, non reggo l’allenamento o l’alimentazione, e inizio a svilluppare una percezione negativa di tutto quello che ho seguito fino a quel momento. In alcuni casi ovviamente, è possibile che ci sia un errore da ambo le parti, ma quando questi errori si riscontrano ripetutamente nei vari percorsi intrapresi, allora è necessario porsi delle domande, relative al proprio comportamento.
È necessario osservare in che momento insorgono le resistenze che portano a denigrare l’esterno e a mentire a se stessi. Quali aspetti dell’altro al quale mi affido per un’alimentazione o preparazione, attivano in me un sentimento di rabbia, un atteggiamento di svalutazione, una sensazione di essere incompresi e non capiti, un senso di agitazione o insofferenza.
Individuare questi nuclei che minano il nostro percorso, ci mette nella condizione di una messa i discussione di noi stessi, di riconoscimento dei nostri limiti. Questo è un momento fondamentale per la crescita e maturazione individuale, in quanto ci fornisce la possibilità di individuarli, comprenderli, superarli.
Dietro ogni limite, c’è una potenzialità, che può essere messa al servizio del proprio equilibrio psicocorporeo.

Che cosa fare quando si incontrano tali difficoltà?
Innanzitutto riconoscere di avere un problema nella gestione del rapporto con il cibo e la propria corporeità.
Comprendere che vi è una difettualità nella percezione del senso di fame e una difficoltà nell’ accettare il proprio corpo.
Rivolgersi ad uno specialista che sia in grado di offrire un supporto psicologico, affinchè vengano individuati gli aspetti che limitano e vincolano la nostra capacità di scelta cosciente, mettendoci in contatto con i nostri reali bisogni psicocorporei.

Dott.ssa Maria Giovanna Barletta
Psicologo-psicoterapeuta

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